donna incinta PMA

Sono in numero sempre crescente i bambini nati grazie all’aiuto della PMA, procreazione medicalmente assistita.

Si stima che circa il 3% delle nascite in Italia avvenga grazie al ricorso alla PMA, anche da parte di donne piuttosto giovani.

Sebbene ormai la scienza abbia fatto passi da gigante in questo settore, molte donne si sentono in difficoltà a parlarne.

Ascoltare i racconti di chi ha vissuto questa esperienza è invece importante, perché può essere di grande sostegno a chi sta decidendo se intraprendere questa avventura o l’ha appena iniziata.

Ecco dunque un altro racconto di una mamma marchigiana, che ha avuto suo figlio grazie alla procreazione medicalmente assistita.


Quando si sente parlare di coppie che non riescono ad avere figli non pensi mai che capiterà anche a te, poi invece succede ed è un percorso in salita, una lunga maratona.

Due sono le cose che ci hanno aiutato, un pizzico di ironia e una buona dose di fortuna.

Innanzitutto mi sono subito imbattuta nel ginecologo Stefano Cecchi, che non ha perso tempo (avevo 31 anni e solo 6 mesi di prove fallite) e ha subito mandato il mio compagno (34 anni) da un andrologo.

Dopo il primo spermiogramma era chiaro il motivo per cui non riuscivo a rimanere incinta, oligospermia (pochi spermatozoi e pure confusi).

Sono seguiti mesi di cure ormonali per lui, pipì sugli stick per me e sesso programmato, ma non succedeva nulla.

Fu sempre Cecchi a parlarmi di PMA, procreazione medica assistita, dopo poco più di anno dalla prima vista.

Mi disse che era l’unica strada se volevamo un figlio e che c’erano tantissimi centri ottimi, tipo Milano, ma lui ci consigliava Cattolica, li conosceva e si fidava.

Cercai allora un po’ in internet, lessi tutto e il contrario di tutto… ecco se posso dare un consiglio è questo: lasciate stare internet.

Un fiume di informazioni senza filtro, più leggevo e meno ne sapevo.

Decidemmo di fidarci di Cecchi e chiamammo Cattolica.

Prima visita a pagamento con la dottoressa Rocchi, 150 euro.

Ci spiegò tutto l’iter, rispose a ogni domanda che mi venne in mente e per finire ci disse che privatamente si poteva iniziare subito, ma solo per la parte “operatoria” ci volevano 6000 euro (tra le righe ci fece capire che tra tutto la cifra era molto più alta) o ci potevamo mettere in lista, un anno di attesa più o meno, per fare la PMA con il SSN.

Decidemmo di farci mettere in lista e nel frattempo ci diede una lunga serie di analisi da fare, consigliandoci di essere pronti.

Quando arrivò la chiamata era luglio 2017, maledette ferie estive, primo appuntamento a settembre 2017.

Quando intraprendi questa strada, entri in un mondo nuovo, fatto di visite a giorni alterni, di corridoi silenziosi ma pieni di sguardi, di file lunghissime.

Capisci che ogni donna fa un percorso personalissimo e capii presto qual era il mio.

Decisi che per me la PMA non sarebbe stato un segreto.

Al lavoro lo dissi subito (faccio l’insegnante, non ho paura delle ripercussioni per fortuna), le mie amiche invece già lo sapevano e anche la mia famiglia.

Ogni giorno lo dicevo a qualcuno di nuovo, mi faceva sentire meglio.

Esistono diverse pratiche PMA, noi abbiamo fatto la ICSI, che in breve funziona così:

prendi degli ormoni per stimolare le ovaie a produrre ovuli, intanto fai le analisi del sangue e le ecografie a giorni alterni.

Quando i valori sono ok (in media 15 giorni) ti ricoverano in day hospital e fai quello che chiamano pick up e cioè ti prelevano gli ovuli mentre sei in sedazione profonda.

Nel frattempo il tuo compagno/marito fa la sua parte in un bicchierino.

Poi i dottori fanno il loro lavoro e il giorno dopo quando chiami all’ospedale ti dicono quanti ovuli hanno preso, quanti sono stati fecondati e quando te ne trasferiranno uno nell’utero (transfert, mediamente dopo 3-5 giorni).

Quindi torni all’ospedale, fai il transfert (stavolta da sveglia, non è doloroso) e poi a casa, 15 giorni più o meno di attesa.

Il tempo in quelle due settimane non passa MAI. Poi analisi del sangue per vedere se l’embrione ha attecchito. Tutto condito da ormoni a profusione.

Il primo tentativo andò male. Test negativo. Piansi, piangemmo. Ma avevo altri ovuli congelati e dopo qualche mese ci riprovammo. 

Ad aprile 2018 test Positivo.

Gridai, gridammo tutti e due forte, eravamo all’apice della gioia, ma durò poco. L’embrione era piccolo, non ce la fece. Aborto spontaneo.

Avevamo un altro ovulo congelato e decisi di riprovare, quasi subito, prima che il nuovo anno scolastico prendesse il via.

A ottobre un altro test negativo.

Decisi di fare una pausa. Volevo lavorare, volevo riprendere la mia vita, volevo fumare e bere senza sentirmi in colpa.

Perché quello che non mi aspettavo era di vivere come se fossi incinta, ma senza esserlo.

A luglio 2019 feci un altro tentativo, da capo questa volta, non avevo più ovuli congelati.

A fine mese test positivo…mio figlio ora ha 9 mesi.

Spesso mi hanno chiesto perché non ho provato anche altri centri, perché sempre a Cattolica, la risposta è che noi ci siamo sempre sentiti a nostro agio lì.

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Alla fine quando fai un percorso del genere quello che veramente è importante è fare ciò che vi fa sentire meglio, non esiste un’unica strada giusta.

La cosa che ho trovato assurda è che non esiste un supporto psicologico durante la PMA e credo che si parli troppo poco di infertilità e che spesso si pensi che sia “una faccenda da donne” quando invece dovrebbe essere qualcosa che riguarda tutta la società.

Camilla, Potenza Picena


Sempre a proposito di PMA leggi anche: Procreazione medicalmente assistita (PMA): la testimonianza di una mamma


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