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Una nuova voce arricchisce la collezione di racconti di mamme che hanno partorito durante la pandemia: è la volta dell’Ospedale di Fermo.

Anche all’ospedale di Fermo molte mamme si sono trovate a fare i conti con la paura di un virus ignoto, in quello che sarebbe stato uno dei momenti cruciali della vita.

A parlare stavolta è Cristina Cognigni, che il 3 maggio 2020 ha dato alla luce qui la sua prima bimba.

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Conoscere il papà medico in videochiamata: nascere ai tempi del Covid

Cristina abitava da poco a Montegranaro quando ha partorito la sua bimba all’ospedale di Fermo.

Un nuovo paese e poche conoscenze hanno contribuito a trasmetterle un senso di incertezza che è stato difficile da abbandonare.

Cristina, Come hai vissuto la gravidanza?

Primi mesi bene. Lavoravo mezza giornata e weekend libero.

Tra il sesto e settimo mese (intorno a metà febbraio ) ho sofferto di fastidiose contrazioni di Braxton che mi hanno costretta a lasciare il lavoro.

Lavoro molto tempo in piedi ferma o camminando a volte anche per 6 ore consecutive e la ginecologa mi ha imposto di stare a riposo.

Avevo sovraccaricato troppo e il mio corpo me lo stava dicendo.

Poco dopo scoppiò la pandemia in Italia.

Nel frattempo mio marito, che è un medico e lavorava a Torrette, temendo di essere positivo senza saperlo (in quel periodo non facevano tamponi a tutto il personale sanitario se non sintomatico) decise per il mio bene e della bambina di non tornare a casa se non ogni tanto per prendere cose di prima necessità alla svelta.

Passavo quindi le mie giornate sola con la preziosa compagnia del mio gattone che fortunatamente è molto coccolone.

Mi facevo portare la spesa a domicilio dal supermercato.

A causa del lockdown  i miei familiari residenti invece in un altro paese non potevano raggiungermi.

Per fortuna mia suocera, lavorando sotto casa mia, poteva passarmi ogni tanto a trovare prima di tornare a casa sua.

È stata una fase difficile perché ho sperimentato la solitudine ma tra virgolette perché sapevo che la mia Angelica mi dava tanta forza e speranza.

Inoltre ormai mi sentivo abbastanza bene perché le contrazioni di Braxton erano passate con il riposo e questo mi faceva stare serena.

Mio marito è tornato a casa a fine aprile cioè cioè poco prima del parto, chiedendo le ferie, e dopo aver chiesto con forza un tampone risultato poi negativo per fortuna.

Per fortuna quando si sono rotte le acque lui era con me ed era il primo maggio.

Avevi dei timori prima di partorire?

Del dolore del parto e di non poter avere nessuno a cui stringere la mano o che potesse parlare al personale sanitario in caso io non ne fossi stata capace per un motivo o l’altro.

Avevi paura di andare in ospedale per via del Covid?

No, Temevo solo di essere positiva senza saperlo e tutte le conseguenze che ciò comportava, cioè essere isolata e poi trasportata magari in pieno travaglio all’ospedale di Civitanova.

Desideravo andare a Fermo perché la ginecologa che mi seguiva lavora anche in quel reparto.

Com’è andata con i controlli preparto?

Sempre bene tranne per via del Covid da febbraio in poi che è stato più difficoltoso.

Il poliambulatorio privato dove mi riceveva la mia ginecologa, però, dopo una temporanea chiusura per via della pandemia, ha deciso di riaprire solo per il servizio di ginecologia, appunto per molte future mamme.

Ti sei sentita sostenuta in ospedale?

Pochissimo. Il reparto era chiuso per decisione del primario.

Ero anche in stanza da sola.

La mia degenza si è prolungata oltre le 48h di routine perché la bambina aveva l’ittero e l’hanno dovuta sottoporre a fototerapia, dunque anch’io sono rimasta due giorni in più.

Mio marito ha potuto conoscere Angelica solo tramite videochiamata e la cosa più triste era sapere che suo padre ancora non la poteva conoscere di persona.

Quando si parla di parto e gravidanza si tende a vedere la figura della donna come centrale e fondamentale e lo è ma questo Covid (all’ospedale di Fermo) ha messo troppo in disparte l’importante figura dei papà come supporto alla mamma (è scientificamente provato che il contatto con il partner aiuta a sopportare meglio il travaglio) e lo ha fatto sentire impotente di fronte a un evento nuovo  per la coppia.

Sono grata ad un’infermiera che durante il travaglio mi ha steso la sua mano da stringere durante la spinta finale, mi ha incoraggiato molto.

Quali misure di contenimento sono state adottate all’ospedale di Fermo?

Prima di sapere il risultato del tampone sono stata messa da sola in una stanza lontana da tutte le altre con l’obbligo di mascherina sempre.

Una volta saputo il risultato del tampone mi hanno messa in una stanza più vicina a quelle occupate dalle altre e rimaneva comunque l’obbligo di mascherina all’ingresso di chiunque in stanza o quando si andava nel corridoio o al nido.

Eri spaventata?

Solo un po’ prima del parto. Dopo il parto ogni paura è sostituita dal prendersi cura del piccolo e dai suoi bisogni.

Quando avete potuto rivedere amici e parenti per far conoscere la bambina?

Solo una volta a casa.

Dopo 4 giorni mio marito ci ha aspettato fuori dal reparto il giorno delle dimissioni per portarci a casa.

Era il 7 maggio e da poco era terminato il primo lockdown.

Dopo qualche giorno sono passati a casa i nostri genitori per conoscere la nipotina e con gradualità e senza fretta qualche zio e cuginetto, insomma i parenti più stretti.

Ci sono state delle criticità, secondo te, nel protocollo dell’ospedale di Fermo?

Il reparto era blindato, anche troppo.

Mi è sembrato ingiusto non fare entrare neanche 5 minuti con le dovute precauzioni  il papà durante il parto, importante figura di supporto.

Quali pensieri hai riguardo al futuro della vostra famiglia in questo periodo difficile?

Finalmente siamo più sereni, stiamo bene, lui ha potuto fare la prima dose di vaccino anti Covid qualche giorno fa, lavora molto più sereno e lo è anche quando torna a casa da noi.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Ho trovato ingiusto che a parte l’ospedale di Civitanova che era giustamente blindato perché ospedale Covid, solo l’ospedale di Fermo abbia adottato misure così severe.

Nello stesso periodo ad esempio l’ospedale di Macerata consentiva l ingresso dei papà durante il parto.

Mi è dispiaciuto sapere di altre donne che hanno avuto una degenza molto più lunga della mia anche di un mese e lo hanno passato da sole o sole con il proprio bimbo appena nato.


Altre mamme hanno inviato i loro racconti e nei prossimi giorni continuerò a pubblicare altri articoli, che descriveranno le loro esperienze negli ospedali della Regione.

Qui le prime storie pubblicate:

  1. Partorire in pandemia: mamme marchigiane raccontano – prima puntata (Macerata)

2. Partorire in pandemia: ancora all’ospedale di Macerata – seconda puntata

3. Partorire in pandemia: Ospedale di Ascoli Piceno – terza puntata

4. Partorire in pandemia: Ospedale di Civitanova Marche – quarta puntata

5. Partorire in pandemia: Ospedale di Jesi

6. Partorire in pandemia: Ospedale Salesi di Ancona


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