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Partorire in pandemia, quinta puntata: è la volta di chi lo ha fatto all’ospedale di Jesi, “Carlo Urbani”.

Altri tre racconti, stavolta relativi all’ospedale di Jesi, altre tre mamme che hanno voluto condividere la propria esperienza.

6 marzo, 22 maggio, 17 novembre 2020: sono queste le date in cui sono venuti al mondo i bambini di Silvia Tagliavento, Manuela Fianchini e Michela Compagnucci.

Dall’inizio dell’anno della pandemia, fin verso la sua fine, che purtroppo non è stata quella dell’odissea che ancora stiamo vivendo.

Quello che risalta alla lettura, è la constatazione del grado di allarme crescente delle future mamme per una situazione del tutto inaspettata.

Unico faro in mezzo a questo mare in tempesta, è la gioia di una vita che nasce, se pure in condizioni difficili.


Silvia ha partorito il suo primo figlio il 6 marzo 2020 all’Ospedale di Jesi.

In quel periodo viveva a Monsano, per cui l’ospedale di Jesi era sicuramente comodo da raggiungere ed inoltre è lì che lavora il suo ginecologo di fiducia.

Silvia, come hai vissuto la gravidanza?

La gravidanza è stata vissuta con poca spensieratezza.

Intorno al 5° mese ho iniziato ad avere alcuni problemi che, anche se mi hanno permesso di continuare a lavorare e di avere una vita normale, non ci hanno fatto stare molto tranquilli.

Purtroppo il 26 gennaio, all’inizio dell’8° mese, sono stata ricoverata all’ospedale di Jesi a seguito di alcuni problemi che avevo avuto i mesi precedenti e continuavo ad avere.

Durante il ricovero è emerso poi che la bambina aveva smesso di crescere (in realtà poi ha avuto solo un rallentamento per poi riprendere la sua crescita normale) quindi di timori ne avevamo parecchi.

Non sapevamo bene la causa dei miei problemi e come e quanto sarebbe andata ancora avanti la gravidanza.

Avevi paura di andare in ospedale per via del Covid?

Io sono stata ricoverata due volte.

La prima dal 26 gennaio al 12 febbraio quando ancora il Covid non era arrivato e la seconda dal 17 febbraio al 12 marzo, proprio durante l’inizio della pandemia.

La paura, visto che ero già in ospedale, non era tanto la mia, quanto quella del mio compagno che da fine febbraio vedevo essere sempre più preoccupato.

A me da dentro l’ospedale sembrava di essere in un mondo parallelo.

Verso fine febbraio/inizio marzo hanno iniziato a limitare gli ingressi delle visite e quindi a parte lui nessuno è più venuto a trovarmi.

Com’è andato il parto?

Durante il ricovero mio dottore ha maturato l’idea di procedere con un cesareo programmato.

È stata un’operazione lunga e complicata a causa di un problema piuttosto grave alla placenta, ho avuto una copiosa emorragia ma alla fine è andato tutto bene.

Anzi, tra le ipotesi che ci aveva illustrato il dottore, direi che è andata nel migliore dei modi!

Il mio compagno non è entrato in sala operatoria poiché il dottore si aspettava delle complicazioni (come è stato) e ha quindi preferito farlo aspettare fuori.

Dopo pochissimo dall’inizio dell’operazione è nata la nostra bambina e lui è potuto stare con lei finche io non sono salita in camera dopo circa un paio d’ore.

Visto che ancora non c’erano particolari limitazioni per il Covid, il primo giorno e notte è potuto stare con noi, per fortuna perché avendo fatto il cesareo non potevo ancora alzarmi.

Poi nei giorni successivi è potuto comunque venire in ospedale ma con degli orari più ristretti.

partorire all'ospedale di Jesi esperienza di silvia tagliavento
Foto di Silvia Tagliavento

Ti sei sentita sostenuta in ospedale? Da quali figure?

Si, sono stata ricoverata in totale 41 giorni e mi sono trovata molto bene (ormai ero di casa!).

I dottori sono stati tutti molto bravi, le ostetriche e le infermiere molto disponibili, sempre pronte a rispondere alle mie mille domande e a rassicurarmi nei momenti difficili.

Per quanto riguarda il Covid, anche se l’ho incrociato proprio all’inizio, sono stati tutti molto attenti e professionali fin da subito.

Quali misure di contenimento sono state adottate?

Verso l’inizio di marzo, non ricordo il giorno esatto, hanno iniziato a far entrare solo una persona per paziente.

Chi entrava doveva lavarsi le mani accompagnato da una infermiera.

Vietato l’ingresso a chi aveva sintomi tipo tosse, febbre e raffeddore.

Ancora non c’era obbligo di mascherina anche se qualcuno iniziava ad usarla.

Noi pazienti invece dovevamo rimanere più possibile in camera, uscendo in corridoio solo quando necessario.

Ovviamente, vietato per noi uscire dal reparto durante il ricovero!

Eri spaventata?

Per il Covid non molto, perché essendo in ospedale da tanto tempo non mi rendevo conto della situazione esterna.

Inoltre ero preoccupata più che altro del parto, sapevo che non sarebbe stato un intervento semplice.

La paura più grande era di non poter stare con la bambina una volta nata, anche perché il cesareo è stato fatto con 3 settimane di anticipo rispetto alla data presunta del parto.

Invece per fortuna l’intervento è andato bene e mia figlia è stata in camera con me fin da subito.

Mi sono resa conto della gravità della pandemia solo il giorno delle dimissioni il 12 Marzo.

Quando sono uscita dall’ospedale mi sembrava di essere in un film: mi hanno dato una mascherina per uscire, il primario ci ha consigliato caldamente di non vedere nessuno, di stare a casa e molto attenti.

Il mio compagno quando abbiamo messo i piedi fuori dal reparto continuava a ricordarmi “non toccare li, non avvicinarti a nessuno…”.

Nessuna auto in giro, nessuna persona che passeggiava nonostante il sole. È stato un po’ assurdo.

Quando avete potuto rivedere amici e parenti per far conoscere il nuovo nato?

Purtroppo non subito.

Io sono uscita il 12 marzo proprio i giorni di inizio lockdown.

Abitavamo in un comune diverso da quello di tutti gli altri parenti quindi fino al 4 maggio non abbiamo visto nessuno, praticamente non ho visto i miei genitori per due mesi e mezzo.

Siamo però riusciti ad andare dalla pediatra per i controlli.

Poi pian piano dopo la fine del lockdown abbiamo cercato un equilibrio tra lo stare comunque molto attenti e tornare ad avere una vita sociale.

Abbiamo preferito però non andare in vacanza, e al mare solo qualche tardo pomeriggio per evitare affollamenti.

Non siamo ancora riusciti a fare una bella festa di benvenuto alla nostra bimba.

Quali pensieri hai riguardo al futuro della vostra famiglia in questo periodo difficile?

Sicuramente il primo pensiero è: quando potremo tornare ad abbracciarci?

Il timore più grande è che mia figlia possa essere in qualche modo influenzata inconsciamente da distanze e mascherine.

Non voglio che cresca con la paura di stare insieme alle altre persone.

Anche per questo motivo abbiamo scelto di mandarla all’asilo nido: sicuramente è un rischio ma non voglio che passi il suo primo anno di vita (e forse anche di più) senza vedere mai un bambino piccolo come lei.

Poi ci preoccupa sicuramente il lavoro, ma dalla mia esperienza ho imparato che prima di tutto viene la salute.

Quindi speriamo finisca presto questo periodo assurdo e intanto rispettiamo le regole.


Manuela: partorire in pandemia e la paura di sentirsi sole.

Manuela abita a Gagliole, in provincia di Macerata, ma ha scelto anche lei di partorire all’ospedale di Jesi.

Il suo secondo bambino è nato proprio lì il 22 maggio 2020, quando si era appena usciti dal primo lockdown.

Come hai vissuto la gravidanza? 

Tra paure ed incertezze, sia per paura di prendere il COVID, sia per il fatto di dover affrontare una gravidanza a rischio da sola, in quanto il mio compagno non poteva assistere alle visite.

Ho avuto anche paura di non riuscire a portare a termine la gravidanza senza troppe complicazioni, in quanto ho sofferto con la pressione  e il diabete gestazionale.

Inoltre ero impaurita perché nel caso in cui avessi contratto il virus in gravidanza non sapevo se sarebbe passato al nascituro.

Quello che più mi spaventava era di infettarmi di Sars-Cov2 in sala operatoria (in quanto ho fatto un cesareo) e quindi essere allontanata da mio figlio.

Com’è andato il parto?

È andato tutto bene fisicamente , ma psicologicamente ne sono uscita distrutta.

Il mio compagno e stato lì con me , ma non e entrato in sala operatoria . gli hanno fatto vedere me e il bambino per non più di un’ora.

In ospedale ho avuto tutto l’aiuto necessario, sia per me che per il bambino, sia dai medici e che dalle ostetriche e infermiere.

Hai già avuto un altro figlio: quali differenze hai trovato con l’atra esperienza?

La differenza sostanziale che si nota subito è il sentirsi soli.

Anche se il personale medico e infermieristico ti aiuta, la mancanza del proprio partner è incolmabile, soprattutto in quei momenti così carichi di emozioni e paure.

Quali misure di contenimento sono state adottate?

Prima del ricovero il tampone e l’obbligo di indossare la mascherina.

Poi la disinfezione delle mani e il fatto di non poter ricevere nessun parente se non per non più di un’ora al giorno il padre del bambino, il quale veniva preventivamente igienizzato e a cui era misurata la febbre.

Eri spaventata?

Si moltissimo.

Quando avete potuto rivedere amici e parenti per far conoscere il nuovo nato?

Dopo circa 15 giorni dal parto il piccolo ha potuto conoscere i nonni e i due zii più stretti, per il resto abbiamo aspettato che la situazione migliorasse un po’.

Quali pensieri hai riguardo al futuro della vostra famiglia in questo periodo difficile?

Purtroppo e difficile fare previsioni per il futuro, ma la mia paura più grande è, se dovessimo ammalarci, che possano dividerci e non farci vedere per tanto tempo.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Si, ricordare è ancora una ferita aperta, mi ha molto scossa vivere tutto questo da sola.

Al mio dolore si è anche aggiunto il fatto che mio figlio più grande, che ha 5 anni, non ha potuto vivere la gioia del parto con me.

Lo ho dovuto “abbandonare ” per una settimana, consolandolo con qualche videochiamata.

Lui, prima che io partorissi e che iniziasse questa pandemia, fantasticava con noi sul fatto di essere presente quando il fratellino sarebbe nato.

Purtroppo non è stato possibile farglielo vedere: lo ha potuto conoscere ed abbracciare solo quando siamo ritornati a casa.

Ogni mamma può immaginare come debba essersi sentito.


Michela: attenzione massima, ma non perdiamo la serenità.

Anche Michela vive in un piccolo paese dell’entroterra maceratese, Castelraimondo, ma per comodità ha scelto di partorire all’ospedale di Jesi.

Originaria di Bari, il suo secondo bimbo è nato il 17 novembre 2020.

Michela è stata accompagnata nella gravidanza a casa da un’ostetrica libera professionista, per poi partorire all’ospedale di Jesi.

Come hai vissuto la gravidanza?

Gravidanza bellissima, più stancante della prima, ma non ho avuto nessun problema.

Mi ha seguita un’ostetrica, Maria Lucia Beccace, in casa fino alla pre ospedalizzazione.

L’unica vera paura era non poter avere mio marito vicino.

In seguito ho saputo che, in caso fossi stata positiva al Covid, mi avrebbero trasferito dall’ospedale di Jesi a quello di Pesaro e anche questo mi preoccupava un po’ sia per la lontananza sia perché non conoscevo la struttura.

Avevi paura di andare in ospedale per via del Covid?

All’inizio si, poi quando ho visto come sono organizzati ero tranquilla, prendendo ovviamente tutte le precauzioni: mani sempre disinfettate, mascherina e distanziamento.

Com’è andato il parto?

Ho affrontato un VBAC e purtroppo si è concluso con un secondo cesareo ma mio marito è stato con me tutto il tempo.

Le ostetriche e i dottori sono stati tutti bravissimi e mi hanno incoraggiata fino all’ultimo.

Un po’ di fastidio per la mascherina, ma diciamo che in quel momento era l’ultima cosa a cui pensavo.

Mio marito è stato con me dall’inizio alla fine, tranne, ovviamente, in sala operatoria, ma solo perché è stato un cesareo d’urgenza.

In caso di cesareo programmato lo avrebbero fatto entrare o almeno così mi è stato detto.

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Michela Compagnucci

Ti sei sentita sostenuta in ospedale? Da quali figure?

Assolutamente si, da tutti, in particolare dalle ostetriche, tutte fantastiche.

Solo un medico, durante la preparazione all’operazione è stato molto sgarbato.

Io avevo le contrazioni fortissime e non riuscivo a mettermi nella posizione che mi chiedeva, in tono arrabbiato mi ha intimato di muovermi e mi ha letteralmente sbattuta con la testa sul cuscino del lettino operatorio.

Purtroppo avevo talmente dolore che non sono riuscita a vederlo bene e non ricordo chi sia.

Ma, a parte questo spiacevole episodio, non posso assolutamente lamentarmi.

Hai già avuto un’altra figlia: quali differenze con l’atra esperienza?

Ho avuto già una figlia, partorita con cesareo per presentazione podalica.

L’unica differenza che ho riscontrato e che, ammetto, mi è pesata, è stato l’orario di visite ridotto ad una sola ora al giorno.

Con la prima gravidanza mio marito è stato sempre con me durante il ricovero, dalla mattina alla sera e, in caso di bisogno, anche la notte.

Questa volta ero sola e dopo il cesareo ho sentito questo vuoto anche se, devo dire, oss, ostetriche e infermiere erano tutte super disponibili ad ogni chiamata.

Quali misure di contenimento sono state adottate?

Sia io che mio marito abbiamo fatto tre tamponi fino al giorno prima del parto.

Abbiamo sempre indossato la mascherina, tutto il tempo.

Durante i tracciati ho usato delle fasce elastiche personali che mi hanno dato al primo tracciato e ho portato sempre con me, anche durante il parto.

Il reparto di ginecologia ha un’ala a parte e un suo ascensore, tutto sempre disinfettato.

Eri spaventata?

Inizialmente si ma poi  mi sono tranquillizzata o forse semplicemente abituata all’idea.

Quando avete potuto rivedere amici e parenti per far conoscere il nuovo nato?

In ospedale poteva venire una sola persona per un’ora al giorno, quindi veniva solo mio marito.

Ad oggi, a 40 giorni dal parto, lo hanno visto solo i nonni.

Hai avuto il Covid? Ce l’ha avuto qualche tuo familiare o conoscente stretto? Questo ha influito sui tuoi timori in vista del parto?

Il paese dove vivo è piccolo e ci sono casi, per cui si, ho temuto qualche volta, ma ho cercato di stare più attenta possibile e uscire quanto meno potevo, anche per questo ho scelto di essere seguita in casa.

Quali pensieri hai riguardo al futuro della vostra famiglia in questo periodo difficile?

Sono serena e fiduciosa.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Consiglio, a chi sta affrontando una gravidanza, di stare attente si, usare tutte le precauzioni ma allo stesso tempo di essere più serene possibili perché andrà tutto bene!


Oltre a chi ha partorito all’ Ospedale di Jesi, diverse altre mamme hanno inviato i loro racconti e nei prossimi giorni continuerò a pubblicare altri articoli, che descriveranno le loro esperienze negli ospedali della Regione.

Qui le prime storie pubblicate:

  1. Partorire in pandemia: mamme marchigiane raccontano – prima puntata (Macerata)

2. Partorire in pandemia: ancora all’ospedale di Macerata – seconda puntata

3. Partorire in pandemia: Ospedale di Ascoli Piceno – terza puntata

4. Partorire in pandemia: Ospedale di Civitanova Marche – quarta puntata


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