guerriere marchigiane esempio

Spesso per parlare della forza e della caparbietà delle donne si usa dire che sono guerriere.

Se pensiamo alle guerriere, ci vengono in mente figure mitologiche, come le Amazzoni, la regina Boudicca, Giovanna D’Arco e altre famose rappresentanti della categoria.

Nomi famosi, che si sono distinti tra gli altri per aver indossato vesti che non sono mai state proprie del genere di cui erano rappresentanti.

Vite esemplari, ma che siamo abituati a considerare eccezioni e anche piuttosto lontane dalla storia che ci riguarda più da vicino, quella della nostra regione.

Pochi però sanno che anche le Marche hanno conosciuto diverse guerriere, distintesi per coraggio, abilità e intraprendenza, fin dai secoli più lontani.

E allora perché non raccontare le loro gesta alle nostre bambine e ai nostri bambini?

Il valore e il coraggio non hanno limiti e i grandi esempi a volte sono più vicini di quanto pensiamo!

guerriere, esempio di donna

Quali furono le guerriere marchigiane?

La più nota è certamente l’anconetana Stamira, che nel XII secolo salvò la sua città durante l’assedio di Federico Barbarossa.

L’assedio della città di Ancona durava da ormai 4 mesi e aveva fiaccato quasi del tutto la città.

Gli anconetani, ad un certo punto, riuscirono fortunosamente a far rotolare una botte piena di resina e pece davanti allo schieramento nemico.

Riuscire ad incendiarla avrebbe creato un diversivo per permettere loro di uscire per fare dei rifornimenti.

Accendere però il barile era un’azione molto pericolosa.

Stamira allora, che era una vedova piena di coraggio, uscì sprezzante del pericolo, ruppe il barile con un’ascia e gli diede fuoco.

Questo gesto distrusse diverse macchine da guerra dei nemici e permise ai concittadini di uscire per rifornirsi di cibo e allungare così la resistenza all’assedio.

Purtroppo però Stamira rimase uccisa nell’azione, ma fu proclamata eroina cittadina e ancora oggi si celebrano le sue gesta.

Una delle piazze principali della città è tuttora dedicata a Stamira, alla quale Ancona dovette la sua salvezza.

Elisabetta Tebbiani, guerriera e poetessa di Ascoli Piceno

Meno note, ma di pari forza e valore, furono le guerriere ascolane.

Sembra infatti che diverse famiglie della città di travertino permisero alle proprie figlie di addestrarsi nelle armi.

Chiaramente furono casi abbastanza rari, ma le loro gesta, se pure dimenticate dai più, sono riuscite a giungere fino a noi.

Dobbiamo infatti sapere che sul finire del XIV secolo ad Ascoli non era raro che avvenissero scontri tra fazioni nemiche.

Ebbene, in queste situazioni di pericolo le donne della città non stettero solo a guardare.

Tra chi si distinse nell’uso sapiente della spada ricordiamo ancora oggi Elisabetta Trebbiani, nota soprattutto per essere stata anche una fine poetessa.

Le cronache la ricordano come una donna gentile, femminile nell’aspetto, ma anche bravissima nel maneggiare le armi.

Si racconta che la si poteva incontrare in giro per la città, specie di notte, insieme al marito, che spesso cadeva vittima di assalti commissionati da qualche nemico o da semplici briganti.

Elisabetta Trebbiani indossava in queste occasioni una tenuta da uomo, con l’armatura e il suo fisico agile e scattante le permetteva una certa superiorità negli scontri.

Una volta, durante un combattimento, il marito venne ferito e lei stessa fu colpita ad un braccio.

Con loro c’era anche un servo e i tre si trovarono dover fronteggiare un gruppo composto dal doppio delle persone.

Nonostante l’inferiorità numerica e le difficoltà fisiche, però, i tre riuscirono comunque ad eliminare quattro nemici e a metterne in fuga altri due.

Oggi ad Elisabetta Trebbiani è stato intitolato il locale Liceo Classico, insieme a Francesco Stabili.

Ad Ascoli anche le guerriere Flavia Guiderocchi e Menichina Soderini

Come Lady Oscar, probabilmente il padre avrebbe preferito avere un maschio, ma per prima nacque lei, Flavia, mentre il fratello Astolfo arrivò solo molto più tardi.

Per questo forse il genitore, Tommaso Guiderocchi, uomo d’armi e magistrato, la iniziò alle armi e la educò alla vita militare, nella quale la ragazza eccelse.

Sembra che i soldati capeggiati dal padre le fecero i complimenti in seguito alle azioni che portarono Ascoli alla presa della vicina Colonnella.

Secondo notizie molto attendibili Flavia capeggiò addirittura una spedizione armata ascolana contro il castello di Controguerra, feudo caduto nelle mani del Duca d’Atri nel 1459.

Flavia partecipò spesso poi anche ai giochi cavallereschi in onore di Sant’Emidio (l’attuale Quintana), dove fece sfoggio delle sua grandi abilità di cavallerizza, ammirata dalla grande folla che si radunava per quella importante occasione.

Amica di Flavia, anche Menichina Soderini, figlia di una delle più nobili famiglie ascolane del XV secolo, si distinse per le sue abilità belliche.

La ragazza primeggiò più volte nei tornei cavallereschi, superando i più capaci colleghi uomini, tanto che venne soprannominata “la guerriera“.

Nel 1462 si confrontò nella giostra di piazza Arringo con il bolognese Ludovico Malvezzi, prestante cavaliere che, per non sfigurare con una donna, pare che si dedicò ad estenuanti allenamenti.

I grandi sforzi però lo portarono addirittura ad ammalarsi di pleurite e a morire poco dopo, per essere poi accolto per sempre nel duomo della città della sua avversaria.

Si racconta che in seguito alle vittorie di Controguerra e Colonnella, a cui partecipò anche Menichina, le due guerriere rientrarono in città su di un carro trionfale in assetto di guerra.

Ai loro piedi, incatenati, c’erano diversi prigionieri tra cui il comandante delle truppe nemiche, Francesco da Celano.

Bianca Benvignati, che liberò Ripatransone

Gentildonna di Ripatransone, moglie di Almonte de Tharolis, anche Bianca Benvignati fu una condottiera di grande valore.

Nel 1521 gli spagnoli attaccarono la città di Ripatransone e in un primo momento solo la famiglia Benvignati si oppose al nemico.

Pare che gli altri nobili della città non si decisero tempestivamente ad intervenire e così Bianca, sorella dei guerrieri al comando della difesa, prese la situazione in pugno.

Radunò quindi diverse donne della città, sue amiche e conoscenti e, sotto la sua guida, le armò, sollevandole contro il nemico.

Sembra che il discorso motivazionale che fece loro fu decisivo: “Se gli uomini si dimostreranno vigliacchi, ci difenderemo da sole!”.

Bianca combatté con grande valore ed insieme al suo esercito aiutò i fratelli a respingere gli spagnoli, i quali ripiegarono dai campi per fuggire verso il mare.

Tra le sue “soldate”, in particolare si distinsero Angela di Zingaro e Luchina Saccoccia, che però morirono sul campo.

Il ruolo di Bianca fu quindi decisivo e la sua fama si sparse nei territori circostanti, dando forza e coraggio anche ai contadini, che si sollevarono, finendo di mettere in fuga i nemici.

Oggi una delle principali piazze della città di Ripatransone è ancora intitolata a questa nobile e impavida guerriera.

Silvia Alessandrini Calisti


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